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| Photo credits: weatherbox |
Permettere di twittare a teatro è uno dei tanti modi per favorire l’interesse dei giovani (i maggiori utenti) verso le performances artistiche.
Twitter è uno strumento che si può rivelare educativo nel contesto della performance. Ad esempio, alcune istituzioni artistiche che hanno sperimentato le “tweet seats” hanno messo a disposizione un esperto che spiegava con i suoi tweet i pezzi più difficili di una sinfonia, o raccontava la storia dell’autore o del testo.
Certo, questo va a rompere drasticamente il tacito accordo che c’è fra artista e spettatore, quell’accordo che vuole la presenza totale di entrambi in quel luogo e a quell’ora, perché avvenga (si spera) l’evento artistico.
Ma quante persone stanno sedute a teatro e, pensando ai fatti loro, “non sono lì”? Inoltre bisogna considerare che il principale motore che fa dei social network un successo è la necessità di comunicare.
Come due amici chiacchieroni che vanno a teatro e commentano sottovoce la scenografia o l’attrice protagonista; come un maestro che durante il concerto bisbiglia all’allievo il perché di quel passaggio musicale, le “tweet seats” permettono di comunicare impressioni e contenuti relativi alla performance.
Dal gossip all’alta formazione, twitter si rivela, se usato con intelligenza, uno strumento incredibile per coinvolgere (finalmente) le nuove generazioni alla fruizione delle arti performative e della musica.

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